Dino Buzzati: “Un amore” (di psiche)

di Marina Brunetti


Ci sono autori che andrebbero sempre riletti, perché, come pochi altri, hanno la facoltà di scavare nelle faccende del mondo, raccontandone anche le asperità. Leggendoli si ha la sensazione di penetrare nei recessi più remoti dell'uomo e della sua condizione. Senza timori, senza pudori...

 

Ogni cosa del mondo congiurando con le altre cose del mondo in complotto sapientissimo per promuovere la perpetuazione della specie”.

Dino BuzzatiNella Milano, definita da Buzzati “un inferno moderno”, ipocrita, piena di false credenze e inquietudini, si ambienta e si celebra “Un amore”, il capolavoro senza tempo di Buzzati, ove l’innamoramento di un uomo maturo per una giovanissima viene vivisezionato attraverso la trama del romanzo, paurosamente imbibito di dialoghi interiori ossessivi e morbosi, magistralmente tratteggiato negli psicologici risvolti.

La città incarna la complessa psiche del protagonista o forse anche quella della giovane amante, ma anche una certa decadenza spirituale che accoglie l’esperienza personale di un architetto cinquantenne, vittima non solo dei pregiudizi e degli odiosi canoni della rispettabilità sociale ma anche del potere di uno sguardo, un semplice, breve ma fatale incontro di occhi. Lo sguardo che si fa, complice l’immaginazione, dapprima desiderio erotico per poi annegare nel delirio, nella malattia d’amore. Freud nel suo “Tre saggi sulla teoria sessuale” (S. Freud, Opere. Volume IV: Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti. 1900-1905, Bollati Boringhieri, Torino 1989), sottolinea l’importanza del guardare, definito in una prima fase come “contemplazione” nei processi ricostruttivi dell’oggetto sessuale, che si basa in buona parte sull’immaginazione: “L’impressione ottica rimane la via attraverso la quale più spesso è risvegliato l’attaccamento libidico” (Freud 1905, p. 469). Per mezzo dello sguardo, più che attraverso il tatto dunque, la sessualità costruisce l’oggetto del suo desiderio sopravvalutandone parti del corpo, ma anche accrescendo a dismisura le componenti caratteriali, fenomeno questo che coinvolge un po’ tutti, poiché tutti siamo, in diversa misura, in parte voyeur, masochisti, narcisisti, esibizionisti e finanche sadici. Capita tuttavia, ed è il caso di Dorigo, che alcuni di codesti tratti, in forma esasperata, siano la proiezione delle proprie neurosi.

Per questa ragione, Antonio Dorigo dovrà sacrificare la propria libertà in virtù di uno sguardo di donna che aveva incrociato tempo prima, un incontro distratto che sarà tuttavia una testimonianza fondamentale per lui: “Come se quell’incontro avesse importanza nella sua vita, come se il coincidere rapidissimo degli sguardi avesse stabilito fra loro due un legame che non si sarebbe spezzato mai più, a loro stessa insaputa” (Buzzati, op.cit., pos. 973). Buzzati, fin dalle prime descrizioni, sembra dipingerci il caso Dorigo all’interno di un ambiente narrativo sottilmente caratterizzato da richiami psicoanalitici: la memoria, i ricordi, le oscure impronte. Anche il fatale incontro sembra una metafora topografica dell’umano inconscio: “Un angolo dimenticato, un labirinto di viuzze, anditi, sottopassaggi, piazzuole, scale e scalette dove si annida ancora una densa vita” (ib., pos. 919).

Cosi, nel momento in cui conosce Laide, la giovane prostituta che si vende nella casa d’appuntamenti che è aduso frequentare, la crede una ragazza qualunque o si sforza di farlo, convinto di averla già incontrata, appunto, in quel fortuito e significativo segno del destino dell’incontro casuale pregresso, “Ma in quel preciso momento ci fu nelle profondità di lui uno scatto, una specie di misterioso rintocco, come quando in una grande solitaria campagna si sente una voce lontanissima che chiama” (ib., pos. 896), sviluppando l’impressione “di quelle intuizioni dell’animo, apparentemente assurde, che magari al momento non ci si bada ma rimangono dentro per poi ridestarsi a distanza di mesi e anni, quando il meccanismo del destino scatterà…” (ib., pos. 972).

La frequentazione postribolare, per quanto praticata in un ambiente apparentemente non volgare e camuffato da sartoria, non sembra affatto essere motivo di rimorso per il protagonista, che la considera piuttosto una pratica pulita: “perbene, il ricorrere alla prostituzione: razionalizza, […], il problema dell’amore a un problema di letto e di gusti sessuali. Ma la moralità della storia - che è la morale della vita - lo colpisce proprio nella persona di una delle ragazze, che si impadronisce dei suoi sensi e dei suoi pensieri e apre un po’ alla volta ai suoi occhi un inaspettato panorama. Laide diventa il simbolo positivo, vitale, di un’esistenza altrimenti perduta. Attraverso di lei si allontana da Dorigo il senso della morte le giornate trascorrono sì piene di angoscia, ma di un’angoscia positiva, poiché dipende dall’amore e dal bisogno della persona amata” (Antonia Arslan, Invito alla lettura di Buzzati, Mursia, Milano 1997, p. 48). E, per autoassolversi, si dà una spiegazione che metta a tacere sia la coscienza che l’atteggiamento ipocrita della borghesia del tempo: “C’era del male nel fare questo? Non mancavano a Dorigo gli scrupoli morali. Ma per quanto ci avesse pensato a lungo non era riuscito a trovare il punto debole. Se tutti facessero come me, sarebbe peggio o meglio? Si chiedeva. E non vedeva il possibile danno. Eppure c’era dentro qualcosa di turpe. La prostituzione forse lo attraeva proprio per la sua crudele e vergognosa assurdità. La donna, forse a motivo dell’educazione familiare, gli era parsa sempre una creatura straniera, con una donna non era mai riuscito ad avere la confidenza che aveva con gli amici. La donna era sempre per lui la creatura di un altro mondo, vagamente superiore e indecifrabile. All’idea che una giovanetta di diciott’anni, per guadagnare quindicimila lire, andasse in letto, senza preamboli di sorta, con un uomo mai visto né conosciuto, e si lasciasse godere l’intero corpo […]. Da questo pensiero aspro e dolente, da questa incapacità di ammettere, nasceva però il desiderio… Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile ad una fiaba”. (op.cit., pos. 824). In virtù di quello scambio di sguardi, Dorigo, stordito anche dal riemergere di certe sensazioni, finirà per mutare l’iniziale indifferenza per Laide in ossessione, delirio e conseguente assoggettamento alla di lei persona.

La tensione iniziale verso la giovane Laide (nome per nulla casuale, sebbene diminutivo di Adelaide) passa anche attraverso la contemplazione estetica, un aspetto assai importante nell’opera buzzatiana, che lo scrittore veicola, nel caso di “Un amore”, attraverso la psiche complessa di Dorigo: la passione di quest’ultimo si spinge a comparare la giovane a celeberrime opere d’arte, una Madonna di Antonello da Messina e le ballerine di Degas. Il talento di Buzzati ci porta dunque a un’analisi psicologica inevitabile, che si snoda attraverso quella testuale, mediante l’impiego enfatizzato di ambientazioni, quadri, teatro e case di tolleranza; la visione del protagonista passa da una fase voyeuristica, cioè nell’osservare senza essere visti, a una contemplativa, dapprima religiosa (la Madonna) e successivamente carnale, la ballerina di Degas. Dunque i piani entro i quali si sposta tutta la trama del romanzo sono proprio tre: il voyeuristico, il contemplativo e il carnale.

Il primo aspetto è interamente ravvisabile nel passo del libro che tratta dell’incontro fugace e fatale con la giovane sconosciuta, l’irraggiungibile creatura osservata per strada a sua insaputa, contemplata ed enfatizzata nei suoi aspetti sconosciuti, nella fascinazione del mistero: “A parte i fuggevoli sguardi alle vetrine, procedeva tenendo la testa dritta e ferma, come se guardasse diritto davanti a sé, senza neppure vedere coloro che le venivano incontro. Antonio rallentò il passo, per poter continuare a seguirla” (ib., pos. 940). Dorigo è il classico voyeur che ama contemplare nella penombra, deciso a non agire di fronte all’oggetto del desiderio, anche in vizio della sua pregressa e consapevole incapacità di approcciare le donne in modo sano che non sia quello, rassicurante e scevro da complicanze, del mercimonio. Subito dopo, confortato dalla diretta conoscenza con Laide, il suo sguardo interiore ricerca una sorta di giustificazione moralmente più alta, quando decide di concentrare le sue attenzioni per nulla casuali sulla giovane prostituta, vestendola dell’abito mistico e paragonandola a un’icona sacra: “La bocca era ferma e tesa, molto piccola in proporzione alla faccia, ma importante. Tutta la faccia era compatta per la tensione estrema della giovinezza […] Lui si ricordò di una Madonna di Antonello da Messina. Il taglio del volto e la bocca erano identici. La Madonna aveva più dolcezza, certo. Ma lo stesso stampo netto e genuino” (ib., pos. 848)

L’oggetto sessuale di Dorigo, incarnato da Laide, assume le sembianze mistiche, sacre e rassicuranti di una Madonna prima e, attraverso la dissezione del corpo della giovane, la successiva assimilazione alla ballerina di Degas. Si tratta di una messa in atto psicologica atta a trasformare un oggetto fittizio in un qualcosa degno di essere amato, una sopravvalutazione mentale che muti una prostituta qualunque in un essere all’altezza dell’amore; Dorigo/Buzzati, per avvalorare la tesi freudiana della “sopravvalutazione dell’oggetto sessuale” (Le Aberrazioni sessuali, 1905, p. 464) mette in atto tutte le tecniche possibili per riportare il tutto su un piano estetico, essendo lui stesso architetto ed artista: via libera dunque al seduttivo escamotage di collocare Laide sul palco del Teatro alla Scala come ballerina, poco importa se poi il protagonista cercherà invano di avvistarla alle prove e resterà fino alla fine con il dubbio di averla davvero veduta. Il Teatro resta comunque simbolo ottico d’esibizione per eccellenza, con i suoi arredi, lo scenario, le corde, le complicazioni meccaniche e le passerelle, tutta una simbologia trasposta del complicato reticolo amoroso e la danza una delle armi seduttive per antonomasia, perché “il ballo […] è un meraviglioso simbolo dell’atto sessuale” (Buzzati, op.cit., pos.1046). Tuttavia la seduzione non è mero soddisfacimento carnale, quanto piuttosto messa in atto del gioco che ne regola l’incantesimo e, in questo, la danza sposta il “se ducere” a un livello superiore; infatti, come sostenne Baudrillard: “Sedurre allora è far giocare tra loro delle figure, far giocare tra loro dei segni caduti nella loro stessa trappola. La seduzione non dipende mai da una forza di attrazione tra i corpi, da un legame affettivo, da un’economia di desiderio: è necessario l’intervento di un effetto illusionistico che mescoli le immagini” (J. Baudrillard, Della seduzione. Saggi e documenti del novecento. Milano, 1997. (Titolo originale: De la Séduction. Edition Galilée, 1979, p. 108). Dorigo è ormai coinvolto mente e corpo nella vischiosa trama speculativa ordita da Laide; tenta, in vari modi e situazioni, di legare a sé questa giovane restia e insofferente al controllo e ai divieti, simbolo d’inafferrabile possesso, di ciò che la donna stessa incarna, per ricordare Recalcati: “Una donna per un uomo non è solo l’incarnazione del limite, ma è anche l’incarnazione di tutto ciò che non si può mai disciplinare, sottomettere, possedere integralmente di cui la gelosia, più o meno patologica, può offrire, negli uomini, solo una vaga percezione […]” (Massimo Recalcati, Quel maschio fragile che non accetta limiti, «La Repubblica», 5 maggio 2012). L’ansia di Dorigo che permea l’intero romanzo ci è restituita non solo dalle immagini buzzatiane ma anche da una mancanza d’aria vera e propria dal punto di vista sintattico, senza pause né virgole, dritta al pensiero estremo, alla supposizione continua, all’insano delirio, al soliloquio ossessivo.

Laide fa e Laide disfa, imprendibile, ingestibile, imprevedibile, finanche perfida, Dorigo accetta e subisce, cronica vittima in attesa del gesto mancato, seppur meditato. L’attesa che sfianca, la mente che elabora, il “tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (appuntamenti, telefonate, lettere, ritorni)” (Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 1979, p. 40), in pratica tutta la “scenografia dell’attesa: io la organizzo, la manipolo, ritaglio un pezzo di tempo in cui mimerò la perdita dell’oggetto amato e provocherò tutti gli effetti di un piccolo lutto. Tutto questo avviene dunque come in una recita…”, e ancora: “L’attesa è un incantesimo: io ho avuto l’ordine di non muovermi. L’attesa d’una telefonata si va così intessendo d’una rete di piccoli divieti, all’infinito, fino alla vergogna: proibisco a me stesso di uscire dalla stanza, di andare al gabinetto, addirittura di telefonare (per non tenere occupato l’apparecchio); per la stessa ragione, io soffro se qualcuno mi telefona; l’idea che di lì a poco dovrò uscire, correndo così il rischio di essere assente al momento dell’eventuale chiamata riconfortante, del ritorno della Madre, mi tormenta. Tutti questi diversivi sono dei momenti perduti per l'attesa, delle impurità d'angoscia, poiché, nella sua purezza, l’angoscia dell’attesa esige che io me ne stia seduto in una poltrona con il telefono a portata di mano, senza far niente” (Barthes, op.cit., p. 41).

Un umiliante “ad tendere”, un volgere l’animo da girasoli mesti in modo totale e insensato alla mercé dei ritmi e dei capricci altrui. Poi c’è Laide, così giovane e già così esperta di adulte sottigliezze, così adusa alle tranquillizzanti bugie che illudono e irridono. L’amore infermo di Dorigo ci divide nelle due compagini dei sarcastici o dei solidali: “[…] egli è completamente disarmato e solo, nulla esiste oltre la malattia che lo divora, è qui se mai l’unico suo scampo, di riuscire a liberarsi, oppure di sopportarla almeno, di tenerla a bada, di resistere fino a che l’infezione col tempo esaurisca il suo furore” (ib., pos.1653). Eppure, tutto era iniziato con una perversa sfumatura sadica, pagare per ottenere, un mercimonico “do ut des”: “Sadismo forse? Il perverso compiacimento di vedere una cosa bella, giovane e pulita, assoggettarsi come schiava alle pratiche più sconce?” (ib., pos. 815). L’attitudine morale di Dorigo riporta in qualche modo alla definizione freudiana del sadismo: “la sessualità della maggior parte degli uomini si rivela mescolata ad una certa aggressività, all’inclinazione alla sopraffazione, il cui significato biologico potrebbe risiedere nella necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale anche diversamente che con gli atti di corteggiamento” (Freud, op.cit, 1905, p.470). Dorigo si rivela inizialmente sadico per poi divenire inevitabilmente masochista, nell’inutile e logorante tentativo di assoggettare l’amata donna, risultando invece sottomesso perché “un sadico è sempre in pari tempo anche un masochista” (Freud, op.cit., 1905, p. 472).

Netta e chiara l’importanza della proiezione di Laide nella mente di Dorigo: la giovane è nata e cresciuta sviluppando anche il disincanto che la porta a gestire in modo tanto disinvolto la propria esistenza, ivi compresi la manipolazione e l’inganno, direttamente esperiti dal nostro. Tuttavia, la ricostruzione mentale messa in atto dal protagonista è plasmata e pilotata dalle neurosi dell’uomo stesso: Laide sembra essere il feticcio del desiderio represso che Dorigo ha sviluppato nei confronti delle donne, perché, come ricorda Freud “l’oggetto sessuale normale è sostituito da un altro che è in relazione con esso” (Freud, op.cit. 1905, p. 466); infatti l’uomo ha ricostruito Laide dentro di sé ascrivendola a un livello più alto perché rispondesse alle sue aspettative, perché fosse degna del suo amore pressoché totalizzante. Laide è, in definitiva, una ricostruzione mentale immaginaria di Dorigo, del tutto irreale, simile a quelle bambole gonfiabili che arrivano, in alcuni individui, a sostituire una compagna in carne e ossa, per impossibilità stessa del soggetto a rapportarsi con le donne. La repressione sessuale dunque, marchio indelebile di un’educazione cattolica avversa ai fatti carnali, si riverbera nell’adorazione del Laide-feticcio, vista sia in chiave mistica (Madonna) che in quella erotica (prostituta), similarmente a quanto sostenuto da Bataille: “Le immagini erotiche, o religiose, essenzialmente impongono ad alcuni i comportamenti dettati dal divieto, ad altri i comportamenti opposti. I comportamenti dei primi rispondono alla tradizione. Anche quelli degli altri sono comuni, per lo meno sotto la forma di un presunto ritorno alla natura, alla quale si oppone il divieto. Ma la trasgressione non è «il ritorno alla natura»: essa sospende il divieto senza eliminarlo” (G. Bataille, L’Erotismo. Biblioteca dell’eros. Traduzione di Adriana dell’Orto. Milano 1991, p. 35).

 

Dino Buzzati, “Un amore”, Oscar Mondadori, 2006 ebook.