Dal linguaggio dei messaggi alle nuove frontiere della comunicazione
di Stefania Tolari
Ieri sera stavo tranquillamente chattando con un "amico" con cui intrattengo una relazione virtuale basata sulla passione comune per la scrittura e la letteratura e che, vivendo lui a Seattle e io a Siviglia, non ho mai visto in persona. Fatto sta che e mi è arrivato sul cellulare un messaggio: “Come stai?”. Era la nonna. Anche lei si è munita di WhatsApp.
È già qualcosa che non abbia scritto: “6 a casa?K fai?io lavoro a maglia.1 po di dolori cmq tutto ok”, ho subito pensato. Comunque ho salutato il mio amico e mi sono messa a pensare alla risposta, concisa ma chiara, da doverle dare attraverso quel mezzo, nuovo per noi due.
Non è stato facile. Ho cancellato diversi messaggi prima di schiacciare la fatidica freccina dell’invio. Abbreviazioni: via! Non le capirebbe. Qualche parola colloquiale e regionale? Certo, le conosce bene e poi ai messaggi “donano”. Termini tutti nostri come “il tuo topino”? Sì, possibili, ma con attaccata una faccetta che ride; quella iconica è una comprensione universale.
Alla fine ho partorito un testo parecchio più lungo di quello che avrei scritto a un coetaneo, spero dolce ed efficace e grammaticalmente corretto, al quale, chissà perché, lei non ha risposto.
Durante il tempo di quell’attesa frustrata, ho commentato la cosa con Bittlejuice, l’amico con cui stavo chattando (nonostante ormai possediamo parecchie informazioni l’uno dell’altra e possiamo azzardarci a dirci legati da una certa forma di strana ma profonda confidenza, continuiamo a chiamarci reciprocamente per nickname, come se quel nome identificasse qualcuno di diverso dalla persona che tutti i nostri contatti "reali" conoscono). Fatto sta che, dopo un breve scambio di “xé” e “x come”, eravamo tutti e due lì a cercare come forsennati informazioni sul tema della serata (mia. Lui era in pausa pranzo): il linguaggio dei messaggi, nuove frontiere della comunicazione scritta.
- Bittlejuice: ma tu guarda se qsto morbo
si deve espandere
oltre fasce generazionali concesse
- Lasottoscritta: ma xé, te quanti anni hai?
Lei 77. Te? molti meno? ;-)
- Bittlejuice: 52 per sua inform son molti meno. cmq nn c'entra :-))))
- Lasottoscritta: come non c’entra?
- Bittlejuice: va beh. Il fatto è che fa ridere
・ Lasottoscritta: va a sapé. c sta pure k ora scopro una parte nuova della nonnetta sprin k prima nn immaginavo.
La pierina è un mito! hahahahaha
- Bittlejuice: quello si. puo essere
- Lasottoscritta: infondo c sono un mukkio di persone k conosco solo da come scrivono
- Bittlejuice: me compreso
・ Lasottoscritta: te compreso
stia attento Bittlejuice k io la analizzo, sa?
- Bittlejuice: Vedo vedo. Prendo atto
i miei ossequi signorina, la saluto k m informo
Quel che è emerso l’ho trovato particolarmente interessante, anche perché sono da sempre affascinata dai meccanismi della comunicazione. Mi piace osservare su me stessa le dinamiche psicologiche che si instaurano nelle relazioni sociali, quelle basate sulle nuove modalità di interazione, e anch’io faccio uso, un po’ per scelta un po’ per necessità, di molti di quei nuovi mezzi di scambio “a distanza” che dominano il presente. Possiedo inoltre uno smartphone e un profilo su Facebook e il mio utilizzo di chat e WhatsApp è stato tardivo ma in qualche modo obbligato. In primo luogo perché molti componenti della mia famiglia sono sparsi per il mondo e poi, diciamo pure la verità, perché cominciavo a sentirmi isolata da certe informazioni e riferimenti scherzosi in circolazione nel mio gruppo di amici, “lontana” da qualche contatto che, non a caso, ho ristabilito proprio grazie alla comunicazione scritta (troppo tempo che non ci si sente, che faccio? La chiamo? E se non sappiamo più cosa dirci e risulta imbarazzante? Magari, prima un messaggino non guasta).
Certo, ero una di quelle che affermava convinta: “Anche quando avrò WhatsApp, a parte che per qualche rapida comunicazione di servizio, due o tre scherzi cretini e qualche foto da condividere, io continuerò a chiamare”. Sì, certo... Come no. Sono anche tra quei puristi che, nei loro messaggini, a costo di metterci il doppio del tempo a scrivere, stanno generalmente e per quanto possibile attenti a non inserire errori grammaticali, strafalcioni dovuti alla fretta e segni di disprezzo dichiarato per la grammatica. Eppure riconosco di non avere mai usato tanto come ora la scrittura (e di lettere chilometriche, diari e racconti, si badi bene che ne ho sempre scritte a iosa). Scrivo messaggi, a volte per informare, altre volte solo per mantenere contatti affettivi con le persone che mi circondano; chatto con persone care che vivono lontane, con amici che non sento telefonicamente da tempo e con gente con cui condivido le stesse passioni e scambio informazioni di comune interesse; intrattengo, infine, proficui e densi avvicendamenti di lunghe mail con individui che, a volte, non ho mai nemmeno conosciuto di persona: i tutor dei corsi a distanza a cui mi sono iscritta, gli autori che scrivono come me sulla stessa pagina di narrativa... È persino nato qualche racconto a quattro mani e una tesina di gruppo, grazie a questa modalità “a distanza”.
Ecco perché, forse, anziché chiudermi a riccio e tacciare di superficiale, negativa e futile questo tipo di comunicazione dilagante, credo sia il caso, piuttosto, di conoscerne le caratteristiche, rintracciare tra di esse quelle positive e, di conseguenza, saperle sfruttare.
Riassumendo e ricompilando le informazioni che si possono facilmente trovare su Internet (fonte: Linguaggio degli SMS - Wikipedia) il linguaggio degli sms e la forma di comunicazione che da essi è passata ad altri mezzi sono, oggi, diventati il principale medium di massa di interazione scritta, inaugurando, di fatto, una nuova epoca della comunicazione. E l’importanza del fenomeno ha stimolato una ricca serie di approfondimenti da parte di linguisti, studiosi della comunicazione, sociolinguisti, psicologici e altri specialisti. Questo linguaggio si è infatti presto diffuso anche in ambiti diversi della comunicazione telematica (le chat, le hashtag, i forum, gli whatsapp, persino un certo modo di scrivere le e-mail e qualche blog), perfino laddove il suo uso non è giustificato dalle limitazioni estrinseche di spazio, né da quelle economiche imposte dal mezzo; dove, cioè, si dispone di una tastiera completa e non si deve sottostare a limitazioni di lunghezza o scontare restrizioni dovute al costo dei singoli messaggi.
Si tratta di un linguaggio specifico, un idioletto; vale a dire: di un insieme di usi linguistici propri e caratteristici di un piccolo gruppo di parlanti, e richiede una particolare competenza nella comunicazione scritta, connotata da precise specificità e munita di peculiari requisiti, caratterizzata cioè da certi connotati ottenibili con scelte linguistiche e concettuali attive e consapevoli. Quali?
- Brachilogia: concisione, eliminazione di prolissità e ridondanze, sintesi dei contenuti. L’esigenza di brevità e velocità implica la riduzione o l’espulsione di molti di quegli elementi di ridondanza linguistica che fanno, normalmente, parte della comunicazione parlata, anche telefonica, e della comunicazione scritta tradizionale. Si tratta di elementi formali, referenziali, e pleonastici, che arricchiscono il contenuto informativo anche a costo di qualche ripetizione, e vengono solitamente utilizzati, in molti contesti comunicativi, per migliorare l’affidabilità nella trasmissione e ricezione del messaggio e per renderlo più facilmente comprensibile al destinatario.
- Violazione delle regole linguistiche della produzione scritta (uso della maiuscola spesso carente o del tutto assente, mancato rispetto della corretta ortografia, ecc.), delle convenzioni tipografiche (la punteggiatura è spesso omessa, assenza di spazi dopo i segni di punteggiatura, assenza di accapo, ecc.) oppure uso di tali convenzioni in maniera non standard (uso ripetuto e abbondante dei puntini sospensivi, assemblaggio di segni di interpunzione diversi, adozione di alcuni artifici di scrittura quali le frequentissime abbreviazioni, le forme semplificate, sincopate e apocopate ecc.).
- Regole della sintassi disattese: sintassi assente o estremamente semplificata, predominio della paratassi (la costruzione attraverso giustapposizione di frasi, senza elementi di collegamento), e uso dello stile nominale.
- Uso di componenti gergali e dialettali. La varietà della lingua utilizzata è normalmente quella di un linguaggio medio o basso, strutturalmente semplificato, che si avvicina al registro linguistico del parlato con inflessioni gergali, dialettali, idiolettali e la presenza di notevoli dosi di corruzione e alterazione dovute all'uso esteso di forestierismi.
- Uso di elementi extra-verbali. All’arsenale di strumenti testuali, si aggiungono elementi extra-verbali, come emoticon o smiley, composizioni grafiche, e altri artifici simili. Questi tendono a riprodurre e simulare nella parola scritta, in maniera iconica, mimetica e icastica, elementi tipici della comunicazione paralinguistica orale, normalmente estranei allo scritto. Aggiungono, altresì, al testo un certo tenore e una determinata temperatura emotiva, al pari di quanto avviene con gli elementi paralinguistici ordinariamente dispiegati nella comunicazione orale e non riproducibili nell'ordinaria scrittura (o comunque non traducibili se non a prezzo di una perdita di concisione e tempestività). Parliamo di elementi cinesici come mimica facciale e scelte prossemiche, e di tratti prosodici o parasegmentali come lo sono il tono e le inflessioni della voce).
Alcune di queste scelte tendenti a raggiungere obiettivi di concisione sono specifiche di questo linguaggio. Lo sono per esempio la violazione delle regole linguistiche della produzione scritta e l’adozione di alcuni artifici. Altre scelte non sono invece specifiche della comunicazione tramite messaggio e appartenevano già allo stile delle cartoline postali o dei titoli di giornale. È il caso, innanzitutto, delle scelte sintattiche semplificate.
La rarefazione degli elementi ridondanti, unita all’alterazione dell’ortografia e delle regole grammaticali, può opporre ostacoli alla comprensione del testo. Tuttavia soccorre, in questi casi, la capacità di interpretare le allusioni del recettore e gli elementi di conoscenza condivisi dai due soggetti; in una parola: la competenza pragmatica del ricevente e la sua capacità di valutare il contesto linguistico a cui appartengono i segni e l'intenzione dello scrivente.
Al linguaggio degli sms e suoi derivati rispondono, inoltre, regole non scritte di comunicazione.
- Una di queste regole è quella secondo cui il messaggio inviato ottiene di norma un riscontro immediato, sempre tramite messaggio. Perfino quando non è richiesta risposta può esservi la necessità di comunicarne l’avvenuta ricezione.
- L’altra tendenza (nata probabilmente per evitare l’invio di un successivo messaggio) è far seguire a una domanda posta all'interlocutore la propria risposta alla stessa domanda: «Sei stato poi stato al concerto? Io sì, con mio fratello».
- Infine, si riscontra una consuetudine alle “risposte a raffica”, vale a dire un’unica serie di repliche alla molteplicità di domande presenti nel messaggio a cui si risponde.
Da questa serie di caratteristiche, di per sé parecchio varie, emerge tuttavia una connotazione di notevole coerenza e regolarità stilistica di ogni scrivente, suscettibile perfino di essere sottoposta a un'analisi stilistica tesa ad accertare l’autenticità della scrittura di un certo soggetto; cosa che è effettivamente avvenuta in casi di processi e di atti giudiziari.
Ma per rispondere a quali esigenze si impiegano questi stratagemmi? Studi sociolinguistici hanno messo in evidenza come il canale dei messaggi assolva a molteplici funzioni.
La primaria tra queste è ovviamente quella comunicativa e referenziale in senso stretto, che risponde a una specifica caratteristica di concisione. A essa sacrifichiamo l’elaborazione meditata e pianificata degli scritti. L’esigenza che questa caratteristica esprime proviene a sua volta dalla necessità di istantaneità, immediatezza e velocità (della comunicazione, ma non solo) che domina il nostro presente. Ma si tratta di una tendenza naturale o specifica della nostra era? O esisteva già in precedenza? E, se sì, quali possiamo considerare come gli “antenati” degli sms?
Il conseguimento di forme di economia nella comunicazione rappresenta un’esigenza interna e costante del linguaggio, che si manifesta, per esempio, nell’accorciamento, con il tempo, della pronuncia delle parole. Tuttavia, nel passato, forme simili di comunicazione esistevano legate esclusivamente a motivi di carattere economico. L’adozione di questa forma di linguaggio ripropone, infatti, in una forma nuova, un fenomeno che esiste da molti secoli: le abbreviazioni epigrafiche, che permettevano di ridurre la lunghezza dei testi incisi rimpicciolendo così la dimensione del supporto lapideo e il tempo necessario per la realizzazione dell’epigrafe. Analoghi vantaggi si avevano nella faticosa scrittura su altri supporti, come le tavolette cerate dell’antichità. Inoltre, la scrittura abbreviata era già particolarmente presente nelle scritture medievali, adottata dagli amanuensi quando era reso necessario dal costo del supporto scrittorio.
Non si può fare a meno di pensare che la velocità di questa forma di linguaggio si sposi bene con la principale caratteristica della nostra epoca: la mancanza di tempo. Viene dunque da chiedersi: stiamo forse cambiando il nostro modo di comunicare perché è cambiato il nostro modo di essere? Si va verso una scrittura efficace, efficiente, scabra di fronzoli e di ogni ridondanza, da slogan, da spot, da slide, da riassunto, perché rappresenta lo specchio di un mondo che va a una velocità da sprint, inarrestabile, sempre sulla cresta dell’onda surfando sul progresso, e dribblando tra wifi, tweetter, hashtag, forum, chat, Facebook, Whatsapp, e-mail, telematicodipendenza e ansia di connessione costante, con quanti più universi possibili?
Alla funzione strettamente comunicativa si affiancano, però, funzioni secondarie di particolare interesse, quali la funzione ludica, frutto di una tipica inclinazione del temperamento umano e, molto più importante, la funzione fatica, ovvero quella dimensione della comunicazione interpersonale le cui implicazioni investono la costruzione e il mantenimento dei rapporti sociali. Ciò a dire che: l’invio di messaggi non rappresenta solo un mezzo efficace per far circolare informazioni in maniera rapida e comoda; bensì si tratta, anche di un efficacissimo strumento di socializzazione e di una performance verbale attraverso la quale le persone costruiscono e mantengono il loro mondo sociale. L’invio di un messaggio dà infatti l’opportunità di stabilire contatti e di infondere un senso di vicinanza, in maniera molto più disimpegnata e informale di quanto non consentano altre modalità di interazione (telefono o contatto personale). Questo tratto generale assume un rilievo ancor maggior in certi individui e in specifici contesti culturali in cui questo stile di comunicazione permette di superare le difficoltà e gli ostacoli, non solo fisici (di spazio), ma anche culturali ed emotivi (timidezza), che la conversazione orale, a causa della necessità di conformarsi a una serie di regole ed etichette che implicano il rispetto di rigide gerarchie sociali, impone e richiede.
Concludendo, l’uso diffuso di questo nuovo stile di comunicazione incontra spesso resistenze culturali e l'infrazione dei canoni della scrittura (ortografia, punteggiatura, grammatica) ha dato luogo a forme di reazione negativa. Il principale rischio riscontrato da queste correnti di pensiero è che la varietà linguistica medio-bassa che caratterizza questo mezzo, nonché l’estrema concisione e la velocità di interazione finiscano per confinarlo alla trasmissione di contenuti leggeri, facendo diventare il mondo comunicativo della messaggistica il dominio della fatuità. Altro rischio avvertito è che la stringatezza del messaggio e soprattutto l’assenza di elementi accessori della comunicazione assecondi un impoverimento della comunicazione.
Tuttavia, non mancano opinioni opposte, come quella di chi vede in questo nuovo fenomeno linguistico una rivitalizzazione della pratica scrittoria, in una dimensione in cui l’immediatezza del risultato comunicativo fa premio sulla rinuncia apparente a ogni aspirazione poetica.
Infine, c’è chi, invece, mette alla prova proprio le potenzialità di questa scrittura, piegandola a diventare un medium di espressione poetica. Un esperimento in tal senso è stato quello mediante il quale si è indetto un apposito concorso in un ambito scolastico istituzionale il cui risultato ha messo in rilievo una notevole e generalizzata spinta all’inventività, all’espressività e al gioco linguistico creativo che questa nuova forma di comunicazione contiene. Si è infatti dimostrata la capacità degli utenti di coniugare invenzione linguistica ed elaborazione poetica pur nei limiti di brevità imposti dalla tecnologia e dalla prassi.
A me viene dunque da domandarmi: al diffondersi di questo nuovo modo di comunicare si lega anche, forse, il fenomeno della narrativa breve che prolifica nella cosiddetta “letteratura per il web”, il tipo di scrittura molto più visiva e iconica che si rintraccia su Internet, il dilagare di video clip, spot pubblicitari, vignette con frasi celebri, video-documentari, presentazioni tramite slide che sostituiscono le letture di tomi e affiancano la scrittura alle immagini, al movimento e alla musica...? Ai linguisti, sociolinguisti, antropologi, pedagoghi, scientifici della comunicazione, e forse anche ai letterati, editori e critici l’ardua sentenza. È certo chiaro che i concetti di “efficiente” e “funzionale” non sono necessariamente assimilabili a quelli di “frettoloso”, “freddo” e “privo di cure”; così come non è automatico che ridurre gli sprechi sui segni da usare significhi necessariamente far primeggiare le leggi del risparmio e dell’economia su quelle della qualità e del bello.
Sono sempre stata convinta che, il più delle volte, sia proprio l’inessenziale a riempire di contenuti la vita, e a rendercela degna di essere vissuta. Ma sono altresì consapevole del fatto che la sintesi (separare la pula dal grano, il necessario dal superfluo e far emergere la bellezza dall'attenta cernita e potatura del sovrabbondante) e la combinazioni di diversi mezzi di espressione (musica, voce, immagini, parole, simboli, scrittura) sia probabilmente la grande sfida che la nostra era (e con essa la nuova maniera di comunicare che è chiamata a raccontarla) deve compiere. Se riusciremo a piegare il linguaggio a logiche opposte rispetto a quelle della superficialità, della mancanza di cura, della fretta e del cinico pragmatismo che il sistema ci spinge ad adottare, forse, un giorno, in un futuro da Marinetti o da fantascienza, chissà che le nostre attuali chat non saranno viste come interessanti drammaturgie, i nostri moderni messaggini come... che ne so: begli haiku, i nostri scambi di mail come innovativi romanzi, i nostri spot come cinema d’autore, i commenti ai blog come la sostituzione dei vecchi articoli d’opinione sui periodici, gli avvicendamenti di whatsapp come originali poesie e i power point come moderne enciclopedie... L’unica cosa che per ora è certa è che, paradossalmente, si tratta di una sfida che richiederà: sensibilità, cura, dedizione, attenzione, e soprattutto tempo!