Un solo sguardo
di Anna Bertini
Il giovane soprano Pervin Chakar, nata in Turchia ma appartenente alla minoranza curda, ha studiato canto lirico e iniziato una brillante carriera in Italia. Recentemente ha ricevuto prestigiosi premi per la sua voce e la sua arte. (www.pervin-chakar.com)
Come componente della commissione di un concorso ebbi modo di premiarla e ascoltarla ancora debuttante. Ho continuato a seguire le vicende di vita di questa donna molto sensibile e volitiva, che con intelligenza e perseveranza ha affrontato la difficile strada che dalle periferie di un oriente lontano culturalmente e spazialmente, l’ha portata, non senza sacrificio, ad affacciarsi sulle scene della lirica internazionale. Oggi Pervin si impegna in prima persona contro l’isolamento del suo popolo, contro la censura in Turchia, e da concerti nelle sue terre in nome della pace, della libertà e la democrazia per il suo popolo.
Mi ha permesso di scrivere su questa foto che ha scattato insieme a sua nonna Emine, in occasione di una visita che le ha fatto. La nonna abita ancora in un piccolo villaggio nei pressi di Mardin, in Kurdistan.
Questa foto ha per me una grande valenza simbolica, e ne ho voluto scrivere, per parlare di destini straordinari di donne.
A volte quando aspetto con le mani conserte qualcosa, qualcuno, e punto lo sguardo sulle mie stesse mani, sulla posizione delle dita, la loro forma, il loro modo di star dritte o leggermente piegate, di prendere rapporto nell'intreccio, vedo le mani di mio padre, non le mie. In quel momento le mie mani sono le sue mani. Le rivedo, curate, piccole ma eleganti. Non sono le mie, sono le sue. In auto mentre aspettiamo la mamma, o in fila in qualche ufficio. O io davanti a lui che sta seduto nella sua poltrona e intreccia le mani, fa movimenti con le dita, scandendo un tempo che passa lento. Ci sono delle eredità pregnanti nel nostro essere; la continuità tra noi e un consanguineo si manifesta apertamente nel corpo.Un giorno ho visto una fotografia di Pervin con sua nonna e sono stata risucchiata nel loro sguardo. C'era un legame così forte, una confluenza.Eppure l'esistenza di una giovane donna integrata nel mondo occidentale è cosi' diversa da quella della sua ava che porta scolpito sul viso il geroglifico della vita dura e nomade, di terreni pietrosi e ingrati, di popoli negati di una identità. Da una parte ci sono figli aiutati a crescere forse con pochi mezzi materiali ma con saggezza e coraggio; un matriarcato silente e invisibile, che trascina i destini dei popoli tra confini franosi. Dall'altra un talento e una passione, che Pervin ha studiato per realizzare, lasciando la propria terra e portando con sé la paura di non farcela, di tradire il sacrificio dei padri che si sono inchinati al suo sogno per renderlo possibile. Pervin canta. La sua voce si erge alta sopra chi la ascolta, e porta il suo sentimento per le vie uditive fino al nostro: è in quella sfera così esclusiva e importante che lei avvicina due sensibilità diverse. Pervin ha lo sguardo di sua nonna impiantato nelle pupille scure. Vede il mondo con profondità, sa cos'è il dolore e vive e condivide la gioia. Anche la sua strada non è stata facile. Pervin ha percorso strade di radici intricate, ha soffocato la sua voce autentica per molti anni, usando molte lingue e mai la sua. Ma attraverso quei sentieri impervi ci ha confermato che la musica e' talmente universale da contenere tutti gli idiomi, tutte le espressioni, tutte le salvezze. Pervin si stringe a sua nonna ed entrambe guardano, con un po' di smarrimento, nell'obiettivo. Questo ritratto restituirà la loro anima intera a chi le guarda, o c'è qualcosa che puo' andare perduto, svilito? No. Per fortuna dentro di loro, in fondo a quello sguardo, tutto è troppo denso, indelebile.A terra tappeti, dietro tendaggi. Gli abiti di Pervin sono i nostri, ma nella loro semplicità non contrastano con quelli della nonna; lei col copricapo bianco che fascia la testa, la tunica a piccoli fiori bianchi e neri, un decoro così simile a quello del vestitino scollato azzurro e blu della nipote. I ricci neri e lucidi di Pervin le scendono lungo il viso. Questo luogo lontano alle porte dell'Oriente, dove Pervin stringe sua nonna alle spalle, pare universale e accogliente. Uno spazio spoglio ma caldo dove tutte le donne che vivono coraggiosamente la propria vita basandola su valori essenziali e concreti, portati avanti con impegno e consapevolezza si possono ritrovare vicine e dimenticare le differenze. La bellezza è forse solo essere profondamente se stessi. Non barare, non fuggire dalla propria realtà e identità. Pervin e sua nonna sono la bellezza più vera. Il loro sguardo è un unicum. Pervin ha preso in eredità quegli occhi e il loro gorgo di esperienza e li porta fieramente in giro per le nostre strade come un dono, un viatico. Così sua nonna e la dolcezza della sua forza giungono fino a noi, attraverso il canto e la bellezza di Pervin, immutati. Le distanze e le diversità si cancellano forse solo così, lasciandole convivere dentro di noi, in un dna universale di questa epoca che ha bisogno di guardare in fondo alla verità dell'uomo.
Più articoli di questo autore